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Privatizzazione dell'acqua in Sardegna





Dieci sorgenti per 24 etichette. L'isola è assetata di minerale

La mappa. In crescita il numero di aziende che imbottigliano. Ma non tutte le fonti sono potabili
L'esperto: «Ottime le acque granitiche della Gallura, meno quelle del Supramonte»
Daniele Casale daniele.casale@ epolis.sm  

È continuamente a rischio siccità, ma le sorgenti non le mancano di certo. Complessivamente sono una decina, ma l'elenco è sempre aperto, visto che non è raro che ogni tanto ne venga scoperta una nuova. Dalla fonte alla bottiglia il passo è breve: ecco perché le etichette di acqua minerale nell'Isola sono ben 24. E i sardi sono sempre più assetati di acqua minerale. San Martino, San Giorgio, Funte Fria, Smeraldina, Federica, Boschetta e ancora Sattai, San Pantaleo, Pura e chi ne ha più ne imbottigli. Da est a ovest, da nord a sud le sorgenti sono presenti un po' in tutto il territorio senza soluzione di continuità. Ci sono quelle che sgorgano a temperatura ambiente e quelle a 46 gradi. Non mancano le fonti che regalano acqua leggermente effervescente.

«Ovviamente - spiega Felice Di Gregorio, direttore del dipartimento di Scienze della terra dell'Università di Cagliari - non tutte le acque rispettano i parametri per l'imbottigliamento e la commercializzazione. Su Gologone, ad esempio, sebbene sia tra le sorgenti con più portata, è altamente bicarbonatica e non può essere imbottigliata. Ci sono invece acque molto buone, come quelle granitiche». La portata media delle sorgenti isolane è di 300 litri al secondo: «Ma influisce molto il comportamento dell'uomo, che può alterare il sistema idrogeologico, o il clima e la frequenza delle piogge». E grazie alle ultime annate particolarmente propizie, non c'è pericolo che le falde si prosciughino. Per il momento. È una leggenda metropolitana invece quella che vorrebbe che alcune sorgenti sulle cime del Gennargentu, a 1700 metri di altitudine, siano alimentate addirittura dal sistema del Monte Bianco: «Tutte balle - taglia corto Di Gregorio - non è affatto raro trovare una fonte a quelle quote - il Gennargentu ha condizioni climatiche particolari, che favoriscono la presenza di acqua».
Il Giornale di Sardegna 15 marzo 2006


Polemica sull'acqua dell'Esaf 

Interrogazione di Roberto Capelli dopo la deroga per le sostanze pericolose per la salute
L'Udc accusa: «L'assessorato tace sull'acqua Esaf a rischio di cancro»

Il consigliere: «La Sanità sapeva bene dei gravi problemi cui vanno incontro i cittadini»
Marco Mostallino marco. mostallino@ epolis.sm
Si può derogare al diritto alla salute? Si può mandare nelle case dei cittadini sardi acqua con una concentrazione di sostanze cancerogene quasi tre volte superiore al limite di legge? Sì, l'ex Esaf (oggi confluito in Abbanoa) può farlo nel silenzio della politica, rotto da una sola voce: quella di Roberto Capelli (Udc), unico consigliere regionale a chiedere all'assessore alla Sanità come mai all'ente idrico è consentito tutto ciò. Per due anni consecutivi, 2005 e 2006, l'Esaf ha chiesto e ottenuto dal ministero della Salute la deroga ai limiti di cloriti e Thm, sostanze chimiche pericolose, nell'acqua potabile. Secondo i dirigenti Esaf (che oggi lavorano nel gestore unico Abbanoa) la concentrazione dei Thm cancerogeni in gran parte della rete è di 80 microgrammi per litro, contro i 30 consentiti dalla legge. Deroga, dunque, per triplicare quasi il livello di contaminazione dell'acqua potabile. La notizia è stata data due settimane fa, due settimane nelle quali né dalla maggioranza né dall'opposizione è partito alcun segnale quantomeno di preoccupazione. Solo Capelli ha presentato un'interrogazione, nella quale fa tra l'altro notare che «l'assessorato alla Sanità era ben consapevole, quando ha sostenuto le deroghe, dei gravi rischi cui vanno incontro i cittadini». La richiesta di deroga al ministero passa infatti per gli uffici dell'assessorato regionale prima di giungere a Roma.
Il Giornale di Sardegna 15 marzo 2006



I dati

30 microgrammi di  cancerogeni consentiti per litro d'acqua
80 microgrammi di cancerogeni per litro nella rete Esaf
Il Giornale di Sardegna 15 marzo 2006
 

Il pericolo della privatizzazione

Dall'inizio del 2006 l'acqua potabile in Sardegna ha un gestore unico, Abbanoa, dove sono confluiti i vecchi enti regionali e cittadini e molti dei comuni che distribuivano in proprio. Altri comuni resistono, perché temono che Abbanoa, per ora acapitale pubblico, cerchiazionisti privati: e l'acqua diventerebbe merce, non più diritto. 
Il Giornale di Sardegna 15 marzo 2006

 

Gli effetti più caratteristici e i parametri da controllare

Occhio a Ph e nitriti
L'acqua minerale si differenzia da quella potabile per l'assenza di qualunque trattamento di disinfezione. Sulle etichette possono essere riportati gli effetti più caratteristici: “può avere effetti diuretici ”, “stimola la digestione ”. Tra i parametri da prendere in considerazione c'è il Ph che misura l'acidità dell'acqua: se è pari a 7 è neutra, se superiore è alcalina, se inferiore acidula. I parametri tenuti maggiormente sotto controllo sono nitrati e nitriti. Il limite massimo per i primi è 45mg/l e 10mg/l per l'infanzia, i nitriti - che dovrebbero essere assenti - il limite è 0.02mg/.

Il Giornale di Sardegna 15 marzo 2006

Record di consumi e fatturati al top per la minerale primato tutto italiano

Il dato. Con 182 litri pro-capite in un anno, il popolo dello Stivale si piazza in cima alla classifica mondiale
Francesca Cardia francesca.cardia@ epolis.sm Il Giornale di Sardegna  15  marzo 2006

Gli italiani la preferiscono minerale. Liscia, gassata o leggermente frizzante. L'importante è che arrivi in bottiglia. Il Belpaese si piazza in cima alla lista in quanto a consumi procapite di acqua minerale rispetto a tutti gli altri paesi non solo d'Europa, ma addirittura del mondo. Secondo l'ultimo rapporto Istat sugli "Stili di vita e condizioni di salute" del 2003, ogni italiano beve in media in un anno circa 182 litri di acqua minerale. Un'abitudine che nel tempo si è radicata sempre più, se si considera che nel 1998 gli italiani hanno mandato giù 80 litri a testa e in soli cinque anni il consumo è più che raddoppiato, con un incremento del 115 per cento. Ben l’87,2 per cento della popolazione sopra i 14 anni sorseggia acqua minerale: il 63 per cento la vuole liscia, il restante 37 per cento sceglie quella frizzante. In media, una famiglia spende circa 18 euro al mese. Snobbata perchè considerata inquinata e per il forte sapore di cloro, l'acqua del rubinetto viene utilizzata solo dal 40 per cento della popolazione.
L'associazione dei produttori, Mineracqua, sostiene che l'80% dei consumatori la considerano meno pura rispetto a quella confezionata. Ma Mineracqua non potrebbe dichiarare altrimenti, perchè se i rubinetti restano chiusi il consumo cresce e il mercato decolla. I numeri delle imprese di acque minerali italiane sono da capogiro: 163 aziende imbottigliatrici, 188 stabilimenti di imbottigliamento (fonti), circa 300 marche di acque confezionate, 11 miliardi di litri imbottigliati, di cui un miliardo destinato all'esportazione, soprattutto verso America e Canada. Basta fare due conti per rendersi conto del giro d'affari che ruota intorno al settore: nel 2004 secondo i dati dell'Annuario Acque Minerali e di Sorgente Italia si è toccata quota 2.100 milioni di euro. Ma la guerra delle acque si combatte a colpi di spot: pura, leggera, povera di sodio, un martellamento mediatico che solo nel 2002 ha dirottato nelle casse dei pubblicitari 700 miliardi di vecchie lire. Tutto liscio tranne se si pensa che l'acqua è un bene naturale che appartiene al demanio che nel momento in cui viene imbottigliato, pubblicizzato e distribuito, spesso in zone lontane dalla fonte di origine, arriva a costare dalle 500 alle mille volte in più rispetto a quella del rubinetto. Quest'ultima per essere potabile è soggetta a disinfezione, da qui l'inconfondibile odore e sapore di cloro, che la rende meno appetibile, ma non per questo meno salubre della concorrente in bottiglia. Basti pensare che l'abbassamento dei limiti massimi di diverse sostanze tossiche che possono essere presenti nelle acque minerali, come arsenico, bario, cadmio, manganese, piombo e nitrati, è arrivato solo nel 2001.

Gestore unico anche nell’isola.

Siglato a Cagliari l'atto di fusione che segna la scomparsa di Esaf spa, Sim, Siinos e Govossai
Alessandro Zorco alessandro.zorco@gds.sm

Alla fine il passaggio epocale è avvenuto. Da ieri la Sardegna ha finalmente un gestore unico dell'acqua potabile. Gli amministratori di Esaf spa, Sim di Cagliari, Siinos di Sassari, Govossai di Nuoro e Uniaquae hanno siglato davanti al notaio cagliaritano Roberto Vacca 1'atto di nascita di Abbanoa, la nuova società - nata dalla fusione dei vecchi enti gestori - cui dovranno essere incorporati anche i circa 120 Comuni che, attualmente, continuano a gestire in autonomia il servizio idrico integrato.
Una rivoluzione, insomma. Iniziata - come ricorda soddisfatto 1'assessore ai Lavori Pubblici, Carlo Mannoni - nel luglio 2004 con la difficile privatizzazione dell'Esaf, «il primo ente pubblico italiano ad aver gestito il servizio idrico integrato» e ieri definitivamente scomparso insieme agli altri enti. Altra tappa fondamentale è stata, un anno fa, la creazione di Sidris, il consorzio amministrato da Angelo Luminoso che aveva il compito di traghettare il servizio idrico sardo verso Abbanoa.
Come richiesto dal governatore Soru, il nuovo gestore unico avrà la sede direzionale a Nuoro. «Non ci sarà nessun trasferimento dei dipendenti», assicura Mannoni, che però non esclude eventuali nuove assunzioni a livello locale. Quanto ai lavoratori complessivi, il colosso dovrebbe inglobare i 1100 dipendenti di ruolo dei vecchi enti gestori e, presumibilmente, i circa 600 precari che lavorano a vario titolo nelle imprese d'appalto. Capitolo a parte, perché difficilmente quantificabili, i dipendenti degli enti locali che attualmente gestiscono in autonomia il servizio idrico.
Ma cosa cambierà? La prima conseguenza sarà la tariffa unica. Dal primo gennaio tutti i sardi, anche quelli che risiedono nei Comuni che non fanno parte di Abbanoa, pagheranno 1'acqua al prezzo unitario fissato dall'Autorità d'ambito: in media un euro e 14 centesimi. Resta da stabilire quale sarà il ruolo della Regione, che per anni ha ripianato il buco nero del bilancio dell'Esaf e ha rimpinguato il capitale sociale di Abbanoa con impianti del valore di circa 100 mila euro. In pratica, spiega Mannoni, «il capitale sociale della nuova società sarà per 1'84 per cento dei Comuni e per il restante 16 della Regione che prevede un'uscita graduale in circa quattro anni».
Eppure, pensando ai deficit del passato, potrebbe sorgere qualche dubbio sulla capacità di autofinanziamento di Abbanoa con le bollette dell'acqua. «In base al Piano d'Ambito predisposto dal commissario per 1'emergenza idrica Mauro Pili - replica 1'assessore ai Lavori Pubblici - Abbanoa avrà una gestione in perdita per alcuni anni a causa degli alti costi e delle entrate ridotte. Ma stiamo studiando riduzioni delle perdite. Il pareggio di bilancio - assicura Mannoni - è possibile dopo quattro anni: dipenderà dalla capacità degli amministratori della società ma anche dai cittadini che dovranno abituarsi a risparmiare 1'acqua e a utilizzare anche per bere quella del rubinetto».
Intanto si attendono chiarimenti sull'appalto per lo smaltimento dei fanghi da depurazione affidato dall'Esaf spa alla Bonifiche spa. Fanghi che giacciono ancora nelle discariche di Truncu Reale.
Il Giornale di Sardegna 23 dicembre 2005


No al mercato dell’acqua potabile

Un fronte contro la privatizzazione
Il sindaco di Orgosolo: “L’operazione Abbanoa è stata condotta con ambiguità” Proteste anche da Fonni. Il Comitato Lu Puntulgiu: “Informeremo la popolazione sui suoi diritti, bisogna evitare ogni speculazione”.
marco.sedda@gds.sm Il Giornale di Sardegna 23 gennaio 2006

Mancanza di trasparenza e correttezza, ingiuste sperequazioni tra comuni utenti e comuni fornitori, timore che un bene vitale come 1'acqua venga trattato come una merce qualsiasi. Con motivazioni diverse dicono no ad Abbanoa, il neonato gestore unico dell'acqua, i comuni di Fonni e Orgosolo, la Uil, il movimento politico Unità popolare (figlio del Comitato Lu Puntulgiu nato per ridurre lo stipendio ai consiglieri regionali) e il partito nuorese La città, in Comune.
“Orgosolo era socio del Govossai - spiega il sindaco Francesco Meloni - e ha votato no per entrare in Abbanoa perché tutta 1'operazione è stata condotta. in maniera così frettolosa da lasciarmi sconcertato. Una cosa così importante non può essere decisa in pochi giorni, ed è giustificata solo se i servizi migliorano». Per Meloni non sono mai stati chiari i motivi del perché si è arrivati alla fusione in così poco tempo: «C'era chi diceva che in caso contrario si sarebbe andati a una gara internazionale e chi sosteneva che altrimenti avremmo perso i finanziamenti europei. La verità che la fusione dei vari enti gestori in Abbanoa è stata condotta con ambiguità. Noi chiediamo solo trasparenza, linearità e correttezza». Meloni sottolinea come il peso maggiore in Abbanoa lo hanno i comuni del cagliaritano, che per buona parte sono solo utenti e non fornitori di acqua. «Si poteva almeno precedere a un ritorno a livello strutturale per i comuni che forniscono 1'acqua, che sono quasi tutti dell'interno dell’isola, per compensare l’enorme impatto ambientale delle dighe e i maggiori costi che in futuro dovremmo sostenere per 1'acqua». Quella dei costi è la motivazione principale del no di Fonni: «Da noi è direttamente il comune che gestisce 1'acqua - spiega il sindaco Anna Cicalò - così come awiene in oltre cento comuni sardi. E i costi sono nettamente inferiori al resto dell'isola, perché abbiamo gli invasi e le sorgenti e da noi non ci sono le perdite d'acqua e i costi di distribuzione che hanno da altre parti». Il comune di Fonni non era socio del Govossai e quindi non è entrato dentro Abbanoa: «A oggi siamo per il no, ma dobbiamo ancora iniziare le trattative con Abbanoa e l’autorità d’ambito, ma penso che entro gennaio inizieremo a discuterne». I due sindaci il 10 febbraio saranno tra i relatori a un convegno sull'acqua organizzato a Nuoro da La città in comune. Al fronte del no si sono aggiunto anche il neo movimento Unità popolare che, spiega il portavoce Franco Masu, «organizzerà una campagna di sensibilizzazione verso i Comuni per informarli e evitare ogni speculazione». Anche la Uil impegnerà le sue strutture a tutti i livelli per determinare il diritto dell'accesso all'acqua come diritto universale e «promuovere tutte le iniziative possibili atte ad invertire il processo di privatizzazione in corso», così come per contrastare “la mercificazione dell’acqua” ne promuovere la pubblicizzazione del servizio idrico.


Sono 120 i comuni sardi che gestiscono il servizio idrico

Il Consorzio del Govossai gestiva 313 chilometri di adduttrici, 610 Km di distributrici e 278 Km di reti fognarie. I comuni serviti erano 20 (Nuoro, Oliena, Dorgali e Cala Gonone, Orgosolo, Mamoiada, Ottana, Sarule, Orani, Oniferi, Orotelli, Ollolai, Lodine, Gavoi, Galtellì, Irgoli, Loculi, Onifai, Orosei e Cala Liberotto), 19 per la rete interna e 7 per la fognatura, mentre le utenze servite erano oltre 38mila. Il Govossai gestiva anche gli impianti di depurazione di 12 comuni. Prima di Abbanoa, erano 33 i soggetti con il compito della gestione delle infrastrutture e dell'acqua. Solo gli invasi sono gestiti da 8 Consorzi di Bonifica, un Consorzio acquedottistico (il Govossai) e 2 Enti regionali (I'Ente Autonomo Flumendosa e I'Ente Sardo Acquedotti e Fognature). In Abbanoa si vogliono ìnserire anche i 120 comuni che gestiscono in autonomia il servizio idrico.
(il Giornale di Sardegna 23 gennaio 2006)

Il monopolista nasce con denaro pubblico

La nuova società per azioni può operare sui mercati finanziari
Subappalti, imprese collegate, obbligazioni e vendita di immobili: ecco íl gestore unico
Marco Mostallino marco.mostallino@gds.sm Il Giornale di Sardegna 23 gennaio 2006

Acea di Roma, Aem di Milano, Aem torinese. Nel gergo finanziario si chiamano utilities, ovvero società per azioni che gestiscono servizi come acqua, gas e corrente. Uniscono i vantaggi del settore pubblico, perché spesso operano in monopolio, al regime di favore del privato: fondate con capitali statali o regionali, sono guidate da Cda che non rispondono più a nessuna istituzione. Abbanoa, nata per governare 1'acqua in Sardegna, si muove sulla stessa strada. Costituita poche settimane fa dalla fusione di Esaf, Govossai di Nuoro, Siinos di Sassari e Sim di Cagliari, in applicazione della legge nazionale Galli si avvia a diventare 1'unica padrona dei rubinetti. Anche qui il denaro è dei contribuenti, ma 1'uso che gli amministratori ne faranno è lasciato ai loro voleri. Lo statuto di Abbanoa vieta per ora la cessione di azioni a imprese private, ma come ricorda Franco Masu di Lu Puntulgiu «gli statuti societari possono essere modificati...». Così Abbanoa, in base alle regole che essa stessa si è data, può comprare e vendere immobili (cioè gli impianti e gli edifici che erano di proprietà pubblica e che la spa ha ricevuto gratis), può negoziare investimenti, creare società satelliti, emettere azioni di risparmio, indebitarsi con prestiti obbligazionari. Insomma, se gli affari dovessero andare bene, tra qualche anno Abbanoa potrebbe mirare all'ingresso in Piazza Affari. Viceversa, se il business fosse invece negativo, il costo delle operazioni finanziarie sballate potrà essere pagato solo in due modi: con 1'aumento delle tariffe dell'acqua imposte ai cittadini, oppure con 1'apporto di capitali forniti dai privati. I quali vorranno dire la loro sulla politica aziendale. Il finale è noto: taglio dei rami secchi, riduzione dei servizi, rincaro delle bollette.


Ma l’acqua non è merce

I1 Consiglio regionale non ha mai voluto dichiarare 1'acqua "patrimonio della regione" nonostante le richieste di Uil e altri dal 1996. Bisognava togliere il possesso delle risorse idriche a quegli enti che poi le rivendono ai gestori, perché 1'acqua è un diritto e non una merce, e perché in questo modo si avvia anche una riduzione dei costi, attraverso 1'eliminazione di un passaggio. Invece in Sardegna si va alla privatizzazione, nonostante Unione Europea e Gran Bretagna stiano pensando di fare un passo indietro per tornare alle gestioni pubbliche.
Giampaolo Spanu (UIL. FUNZIONE PUBBLICA)

I vescovi: «No agli affari basati sui beni essenziali».

Napoli. Parte dalla Campania la rivolta nazionale contro la privatizzazione del servizio.
Le iniziative dei comitati spontanei

«L'acqua appartiene alla vita, è un bene da preservare e proteggere nel rispetto della vita umana: non può essere assolutamente trattata come una merce». Parole trasparenti, cristalline quelle pronunciate sabato sera da vescovo di Nocera Gioacchino Illiano; delegato della conferenza episcopale campana per i problemi sociali. Una posizione netta e politicamente impegnativa, perché tra Napoli e Caserta la privatizzazione del servizio idrico è un passo che ha scatenato proteste e tensioni sociali. L'Autorità d'ambito, ovvero 1'organó di gestione politica del settore - voluto dalla legge nazionale Galli - ha affidato a un'azienda 1'appalto delle forniture. E subito si sono creati i comitati spontanei per il no, sono fioccati i ricorsi al Tar, sono arrivate le prese di distanza. Oltre alla chiesa cattolica, ultimi in ordine di tempo sono stati il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino e il governatore Antonio Bassolino a sollecitare la revoca dell'iniziativa. «Nelle attuali leggi vigenti - è la posizione dei Ds in Consiglio regionale campano non c'è assolutamente scritto che è obbligatorio privatizzare la gestione dell'acqua».
Come spesso accade, dunque, la Sardegna si avvia in ritardo lungo una strada che altre regioni stanno già cercando di correggere. È vero che nell'Isola, per il momento Abbanoa è totalmente in mano pubblica, ma i piani - primo fu 1'allora presidente Mauro Pili, ma 1'idea piace anche a sinistra - di far entrare capitali privati nella compagine azionaria non sono mai stati né cancellati né ripudiati. Anzi.
Nel frattempo il fronte nazionale che si oppone alle politiche di regalo dell’acqua raccolta in dighe, bacini e argini di fiumi costruiti con soldi pubblici - si allarga. Verdi, Rifondazione, Comunisti Italiani, sinistra Ds, Rete Lilliput, associazioni e gruppi di cittadini in tutto il paese fanno del caso Napoli-Caserta 1'emblema dei progetti da cancellare, per evitare che il «bene della vita», come dicono i vescovi, si tramuti nell'ennesima cessione gratuita di servizi essenziali all'imprenditore di turno. Il quale, ad aggravare la situazione, opera in una condizione di monopolio preordinata dalle autorità nazionali e locali che gli assegnano la gestione.
I primi risultati, ovunque questo modello viene applicato, sono gli aumenti delle bollette: come sta accadendo in Sardegna. Nonostante dighe, reti e personale vengano trasferiti senza nulla chiedere in Cambio.
Marco Mostallino Il Giornale di Sardegna 23 gennaio 2006


Acquedotti non per tutti

Acquedotti che perdono il 40% dell’acqua e che servono il 96% degli italiani.
Un italiano su quattro è senza depuratori, mentre solo l’83,6% dispone di fognature. E’ il rapporto annuale del Comitato per la vigilanza sulle risorse idriche e presentato in Parlamento.
Secondo il rapporto, il97% degli italiani beve solo acqua minerale. E non dal rubinetto: è il record mondiale.
da Il Giornale di Sardegna 23 gennaio 2006


Prezzo dell’acqua:

Ieri 0,50/0,90 per metro cubo
Oggi con Abbanoa: 1,14
Domani (previsioni Abbanoa):1,50
Perdite d’acqua dalla rete: dal 40 al 60%
da Il Giornale di Sardegna 23 gennaio 2006